Cuore delle donne, fragilità e sfide tra scienza e cura

Cuore delle donne, fragilità e sfide tra scienza e cura

In gravidanza il cuore lavora il doppio con rischi più alti

SALERNO, 12 SETTEMBRE 2025 – Il cuore delle donne è un organo forte, ma al tempo stesso estremamente vulnerabile, soprattutto in alcuni momenti chiave della vita. Tra questi, la gravidanza rappresenta una delle fasi più delicate: un periodo di trasformazione profonda, che coinvolge non solo la sfera emotiva, ma anche quella fisica, con ripercussioni significative sull’apparato cardiovascolare.

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Durante la gestazione, infatti, il cuore della donna è chiamato a uno sforzo straordinario: con l’avvicinarsi del terzo trimestre, il volume del sangue circolante aumenta fino al 60%, il battito cardiaco accelera e la pressione sulle pareti arteriose cresce in maniera sensibile. Sebbene la maggior parte delle future madri riesca ad affrontare questi cambiamenti senza particolari complicazioni, per chi soffre di patologie cardiache preesistenti o ha una predisposizione genetica, il rischio può diventare anche cinque o dieci volte più elevato, soprattutto dopo i 35 anni.

A confermarlo è uno studio condotto dalla NYU School of Medicine e pubblicato sulla rivista Mayo Clinic Proceedings, che ha analizzato quasi 50 milioni di nascite negli Stati Uniti tra il 2002 e il 2014. Dai dati emerge chiaramente che l’età materna avanzata rappresenta un fattore di rischio cardiovascolare significativo: tra i 35 e i 39 anni il rischio cardiaco aumenta di 5 volte, mentre supera di 10 volte la media oltre i 40 anni.

Questi e altri aspetti della salute cardiovascolare femminile sono al centro dell’edizione 2025 di Gise Women, evento promosso dalla Società Italiana di Cardiologia Interventistica (Gise) che si apre oggi a Salerno. Il congresso, interamente dedicato alla prospettiva di genere in cardiologia, riunisce specialisti da tutta Italia per condividere dati, esperienze cliniche, nuovi approcci diagnostici e riflessioni sull’urgente necessità di superare il divario tra uomini e donne nella prevenzione, diagnosi e cura delle malattie cardiovascolari.

“Le donne restano ancora troppo spesso invisibili nella cardiologia,” spiega Francesco Saia, presidente Gise e direttore della SSD di Cardiologia Interventistica all’IRCCS Policlinico Sant’Orsola di Bologna. “Soffrono di malattie diverse, manifestano sintomi differenti, ma ricevono meno diagnosi, meno cure e sono meno presenti negli studi clinici. Questo squilibrio è un problema strutturale che dobbiamo affrontare con decisione, anche attraverso eventi come questo”.

Secondo i dati diffusi da Gise, in Italia ogni 5 minuti una donna è colpita da un evento cardiovascolare, con un totale annuo di circa 124mila casi. Le malattie coronariche, in particolare, colpiscono 1 donna su 9 tra i 45 e i 64 anni, e 1 su 3 dopo i 65, con un rischio di morte del 31%, superiore persino a quello associato al tumore al seno.

Durante la gravidanza, il cuore femminile è sottoposto a una pressione eccezionale. “Il corpo mette in atto una serie di adattamenti straordinari per garantire il corretto sviluppo del feto,” spiega Alfredo Marchese, presidente eletto Gise. “Tuttavia, quando questi meccanismi si inceppano, le conseguenze possono essere molto gravi. Preeclampsia, eclampsia e cardiomiopatia peripartum sono solo alcune delle complicanze potenzialmente letali per madre e bambino”.

Le nuove Linee Guida europee sulla gestione delle malattie cardiovascolari in gravidanza, presentate recentemente al congresso della Società Europea di Cardiologia (ESC) a Madrid, sono al centro dei dibattiti del Gise Women. A illustrarne i contenuti è Tiziana Attisano, coordinatrice nazionale Gise Women e responsabile dell’Unità Operativa di Emodinamica all’AOU di Salerno: “Le linee guida rappresentano uno strumento fondamentale per i clinici. Affrontano per la prima volta in maniera organica le peculiarità cardiovascolari della gravidanza, offrendo indicazioni preziose su diagnosi, terapia e gestione delle emergenze”.

Ma la fragilità cardiaca delle donne non si esaurisce con il parto. Anzi, spesso i problemi si manifestano in maniera subdola, rendendo difficile una diagnosi precoce. “Molte donne presentano sintomi atipici, come stanchezza, ansia, dolori diffusi, che vengono sottovalutati o attribuiti a cause psicologiche,” spiega Simona Pierini, direttore della Cardiologia e Unità Coronarica della ASST Nord Milano e anche lei coordinatrice di Gise Women. “In molti casi si tratta di ischemia senza ostruzione coronarica (Inoca) o infarto miocardico senza lesioni evidenti (Minoca), condizioni difficili da riconoscere ma non meno pericolose”.

Studi recenti rivelano che tra il 50% e il 70% delle donne con dolore toracico e angiografia normale soffre in realtà di microvasculopatia o disfunzioni coronariche non ostruttive. A ciò si aggiunge una maggiore incidenza di fattori di rischio ‘non classici’ come depressione, ansia, stress cronico, malattie autoimmuni e alterazioni ormonali legate alla menopausa.

Tra le patologie più insidiose c’è anche la dissezione coronarica spontanea (Scad), che colpisce in modo prevalente donne giovani e sane, spesso in assenza di altri fattori di rischio. Questa condizione, potenzialmente letale, può manifestarsi con sintomi simili all’infarto, ma viene spesso sottovalutata nelle prime fasi.

Anche le malattie valvolari presentano differenze di genere: le donne vengono sottoposte meno frequentemente a interventi correttivi, anche a causa di una struttura anatomica più minuta che rende più complessi alcuni approcci chirurgici o percutanei. Inoltre, le pazienti arrivano spesso in stadio avanzato, con prognosi peggiori.

“Il ritardo diagnostico è un nemico silenzioso,” osserva Attisano. “Serve una maggiore attenzione ai segnali del corpo femminile, anche quando sembrano vaghi o poco specifici”.

Proprio per questo, il Gise si è posto un obiettivo chiaro: aumentare la consapevolezza tra medici e pazienti, promuovere una formazione continua basata sul genere e favorire l’inclusione delle donne negli studi clinici.

“L’infarto colpisce le donne in media con dieci anni di ritardo rispetto agli uomini, ma la mortalità è più alta e le complicanze sono più frequenti,” conclude Saia. “Per questo servono politiche sanitarie mirate, campagne di sensibilizzazione e una rete di specialisti preparati. La medicina non può più permettersi di essere neutra: deve essere sensibile al genere, perché le differenze contano. E salvano la vita.”

(Redazione/Adnkronos)

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