STAREE, statine dopo i 70 anni: benefici e limiti più chiari

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STAREE, su 9.971 anziani valuta benefici e rischi di statine

📌 FLASH NEWS – STAREE, trial su 9.971 persone di almeno 70 anni, indica che l’atorvastatina riduce gli eventi cardiovascolari maggiori. Non dimostra tuttavia un aumento della vita libera da demenza o disabilità. La scelta resta individuale.


Statine dopo i 70 anni, cosa emerge dallo studio STAREE

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Iniziare una terapia con statine dopo i 70 anni, anche quando una persona non ha mai avuto un infarto o un ictus, può determinare una riduzione significativa degli eventi cardiovascolari maggiori. È quanto emerge dal trial australiano STAREE, una sperimentazione che ha coinvolto 9.971 persone e che affronta una questione rimasta a lungo aperta nella prevenzione primaria in età avanzata.

I risultati forniscono indicazioni importanti, ma richiedono una lettura precisa. Lo studio mostra infatti un beneficio sul fronte cardiovascolare, mentre non consente di concludere che il trattamento permetta di vivere più a lungo senza demenza o disabilità fisica persistente.

La distinzione rappresenta uno degli elementi centrali della ricerca. Ridurre la probabilità di infarto, ictus o altri eventi cardiovascolari non equivale automaticamente a ottenere un effetto complessivo sulla longevità, sull’autonomia o sul deterioramento cognitivo.

Quasi 10 mila partecipanti con almeno 70 anni

Il trial ha coinvolto 9.971 persone di almeno 70 anni, tutte senza precedenti di malattia cardiovascolare, diabete o demenza. L’età media dei partecipanti era pari a 74,7 anni e la maggioranza del campione era costituita da donne.

I partecipanti sono stati assegnati casualmente a due gruppi. Il primo ha ricevuto atorvastatina alla dose di 40 milligrammi al giorno, mentre al secondo è stato somministrato un placebo.

La sperimentazione è stata condotta attraverso un modello randomizzato e in doppio cieco. Questa impostazione ha consentito ai ricercatori di confrontare i risultati ottenuti nei due gruppi limitando il più possibile i possibili condizionamenti e le distorsioni nella valutazione degli effetti.

Un aspetto rilevante è proprio la popolazione presa in considerazione. Lo studio è stato progettato specificamente per persone anziane che non avevano già sviluppato le patologie considerate, una fascia che era stata meno rappresentata nelle precedenti grandi sperimentazioni.

Eventi cardiovascolari al 6% contro l’8,3%

Il periodo mediano di osservazione è stato di 5,9 anni. Durante questo intervallo, i ricercatori hanno valutato la comparsa di eventi cardiovascolari maggiori, comprendendo morte cardiovascolare, infarto non fatale, ictus e rivascolarizzazione coronarica.

Nel gruppo sottoposto a terapia con atorvastatina, un evento cardiovascolare maggiore è stato registrato nel 6% dei partecipanti. Nel gruppo che aveva ricevuto il placebo la percentuale è stata invece dell’8,3%.

La differenza corrisponde a una riduzione relativa del rischio del 30%. Il dato evidenzia quindi un vantaggio della terapia sul versante della prevenzione cardiovascolare primaria nella popolazione analizzata.

La percentuale relativa, tuttavia, deve essere affiancata alla misura del beneficio assoluto per comprendere correttamente la portata del risultato.

La riduzione assoluta del rischio è di 2,3 punti

Considerando i valori assoluti, la distanza tra il 6% registrato nel gruppo atorvastatina e l’8,3% rilevato nel gruppo placebo è pari a 2,3 punti percentuali.

Sulla base di questi numeri, occorre trattare circa 43 persone per quasi sei anni per prevenire un evento cardiovascolare maggiore.

La riduzione relativa del 30%, quindi, non significa che una persona su tre eviti un infarto grazie alla statina. Il risultato indica che, nella popolazione studiata e durante il periodo di osservazione considerato, il trattamento ha ridotto una probabilità di evento cardiovascolare già presente.

La distinzione fra rischio relativo e rischio assoluto è fondamentale per trasferire correttamente i risultati della sperimentazione nella pratica clinica. Il beneficio documentato resta significativo, ma deve essere interpretato sulla base della probabilità effettiva di partenza e delle caratteristiche della singola persona.

Nessuna prova conclusiva sulla vita libera da disabilità

STAREE ha esaminato anche una questione più ampia rispetto alla sola prevenzione cardiovascolare. I ricercatori hanno verificato se evitare infarti e ictus potesse tradursi in una maggiore probabilità di vivere senza demenza o disabilità fisica persistente.

Su questo punto i risultati non sono stati conclusivi.

L’esito composto costituito da morte, demenza o disabilità ha interessato il 12,8% delle persone trattate con atorvastatina e il 13,6% di quelle appartenenti al gruppo placebo.

La differenza rilevata tra i due gruppi non ha raggiunto la significatività statistica. Lo studio, pertanto, non ha potuto dimostrare con sufficiente certezza che la distanza osservata non fosse riconducibile al caso.

Il beneficio cardiovascolare documentato non può dunque essere automaticamente esteso ad altri risultati clinici. STAREE sostiene l’efficacia dell’atorvastatina nella riduzione degli eventi cardiovascolari considerati, ma non dimostra un aumento della sopravvivenza libera da demenza o disabilità.

Circa l’80% dei decessi legato ad altre cause

Una possibile spiegazione della differenza fra i risultati cardiovascolari e quelli relativi alla sopravvivenza complessiva emerge dalla distribuzione delle cause di morte osservate durante lo studio.

Secondo quanto indicato dai ricercatori, circa l’80% dei decessi era attribuibile a cause non cardiovascolari.

La prevenzione degli eventi che interessano il cuore e la circolazione cerebrale agisce quindi su una componente rilevante del rischio, ma non può incidere automaticamente sull’insieme delle patologie e dei processi che condizionano salute, autonomia e sopravvivenza nelle persone anziane.

La statina deve essere considerata, sulla base dei risultati del trial, come uno strumento di prevenzione cardiovascolare. I dati non permettono invece di attribuirle una funzione generale nei confronti dei processi legati all’invecchiamento.

L’età anagrafica non basta per escludere la terapia

Dallo studio emerge anche un’indicazione riguardante il ruolo dell’età nelle decisioni terapeutiche. Il superamento dei 70 anni, considerato isolatamente, non appare sufficiente per escludere l’avvio di un trattamento preventivo con statine.

Allo stesso tempo, il beneficio medio registrato tra i partecipanti non implica che il farmaco debba essere prescritto indistintamente a tutte le persone appartenenti alla stessa fascia anagrafica.

La decisione richiede una valutazione individuale del rischio cardiovascolare e deve tenere conto delle condizioni complessive della persona. Tra gli elementi indicati figurano le altre malattie presenti, i farmaci già utilizzati, il grado di fragilità e le preferenze individuali.

Il dato anagrafico rappresenta quindi soltanto uno degli aspetti da prendere in considerazione. Il risultato del trial orienta verso una valutazione personalizzata del rapporto fra il vantaggio cardiovascolare atteso e i possibili effetti indesiderati della terapia.

Effetti avversi più frequenti con atorvastatina

La sperimentazione ha infatti registrato anche gli eventi avversi associati al trattamento. Gli effetti muscolari, epatici e quelli correlati al diabete sono risultati più frequenti tra le persone che assumevano atorvastatina rispetto a quelle che avevano ricevuto il placebo.

Gli eventi avversi gravi complessivi sono stati però poco comuni e hanno mostrato la stessa frequenza nei due gruppi.

Il dato riportato è del 2,7% sia nel gruppo atorvastatina sia nel gruppo placebo.

Anche questo risultato contribuisce a definire il quadro entro il quale può essere valutata una terapia preventiva. Il confronto non riguarda infatti un farmaco privo di possibili effetti indesiderati contrapposto all’assenza di rischi, ma il bilanciamento tra la probabilità di ottenere un beneficio cardiovascolare e quella di sviluppare conseguenze sfavorevoli.

Prevenzione primaria da valutare sulla singola persona

STAREE contribuisce così a chiarire una questione rimasta a lungo incerta: la prevenzione primaria con atorvastatina dopo i 70 anni può ridurre in maniera clinicamente rilevante gli eventi cardiovascolari maggiori, anche nelle persone che non hanno precedenti di malattia cardiovascolare.

Lo stesso studio stabilisce però i confini di questa conclusione. I dati non dimostrano che la terapia determini una maggiore sopravvivenza libera da demenza o disabilità fisica persistente.

I risultati non sostengono quindi né l’esclusione automatica delle statine sulla base dell’età né una loro prescrizione generalizzata a tutte le persone ultrasettantenni.

La questione si sposta sulla valutazione del profilo individuale, considerando il rischio cardiovascolare, le condizioni cliniche complessive, le terapie già in corso, la fragilità e le preferenze della persona.

STAREE definisce benefici e limiti della prevenzione

Il trial consente quindi di delimitare con maggiore precisione il ruolo dell’atorvastatina nella prevenzione primaria dopo i 70 anni. La riduzione degli eventi cardiovascolari è risultata misurabile: dal 8,3% nel gruppo placebo al 6% nel gruppo trattato, con una riduzione relativa del rischio pari al 30% e una differenza assoluta di 2,3 punti percentuali.

Non è stato invece dimostrato un beneficio statisticamente significativo sull’esito combinato di morte, demenza e disabilità, registrato nel 12,8% dei partecipanti trattati e nel 13,6% di quelli assegnati al placebo.

Il quadro che emerge separa quindi due aspetti differenti. Da una parte esiste un beneficio documentato nella prevenzione cardiovascolare. Dall’altra non vi sono elementi sufficienti, sulla base dei risultati riportati, per trasformare quel vantaggio in una conclusione generale sulla durata della vita o sulla conservazione dell’autonomia.

La prevenzione farmacologica dopo i 70 anni resta pertanto una scelta da costruire sul rapporto tra benefici attesi e possibili rischi, senza considerare l’età come unico criterio e senza attribuire alla terapia effetti che il trial non ha dimostrato.

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