Svolta dal mix immunoterapia-chemio, tumore ovarico

Studio presentato all’ESMO apre a nuove prospettive cliniche

Un avanzamento rilevante nella lotta contro il carcinoma ovarico resistente al platino è stato annunciato al congresso ESMO di Berlino, dove sono stati diffusi i risultati dello studio di fase 3 KEYNOTE-B96. La ricerca ha valutato l’efficacia dell’immunoterapia con pembrolizumab, associata a chemioterapia (paclitaxel) con o senza bevacizumab, nel trattamento delle pazienti con recidiva di carcinoma ovarico platino-resistente.

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Il tumore ovarico resta tra le neoplasie più aggressive: in Italia, nel 2022, si sono registrati 5.400 nuovi casi e 3.600 decessi. A livello globale, le diagnosi hanno superato le 324.000 unità, con quasi 207.000 morti. Le stime indicano un aumento del 42% dei nuovi casi entro il 2040.

Nel trial, scrive ItalianMedicalNews,  il regime con pembrolizumab ha evidenziato una riduzione del 30% del rischio di progressione o morte rispetto al placebo, con un tasso di sopravvivenza libera da progressione (PFS) a 12 mesi del 33,1% contro il 21,3%. Nelle pazienti con tumore PD-L1 positivo, il beneficio si è confermato, con una riduzione del rischio del 28% e un PFS a 12 mesi del 35,2%.

Nicoletta Colombo, oncologa dell’Istituto Europeo di Oncologia, ha sottolineato la scarsità di opzioni terapeutiche per questa popolazione e ha definito i risultati “un passo avanti concreto” nella gestione clinica.

La seconda analisi ad interim, condotta a 26,6 mesi, ha mostrato anche un miglioramento significativo della sopravvivenza globale (OS) nelle pazienti PD-L1 positive, con una riduzione del rischio di morte del 24%. Il tasso di OS a 12 mesi è stato del 69,1% per il gruppo trattato con pembrolizumab, rispetto al 59,3% del gruppo placebo. A 18 mesi, la sopravvivenza si è attestata al 51,5% contro il 38,9%.

Gursel Aktan, responsabile dello sviluppo clinico globale di Merck Research Laboratories, ha evidenziato come questi dati consolidino il ruolo di pembrolizumab nei tumori ginecologici e ne rafforzino il potenziale come opzione terapeutica per il carcinoma ovarico resistente.

Lo studio KEYNOTE-B96 potrebbe dunque ridefinire le strategie terapeutiche per una patologia che, ad oggi, presenta una delle prognosi più severe in ambito ginecologico. L’integrazione dell’immunoterapia nei protocolli di trattamento apre scenari promettenti per migliorare la qualità e la durata della vita delle pazienti.

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