Bene curare epatite C, ma si muore anche di cirrosi

 
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Bene curare epatite C, ma si muore anche di cirrosi

“Puo’ accadere che le persone trattate per l’HCV poi finiscano per morire di cirrosi alcolica”. Lo ha detto la tossicologa Valeria Zavan, responsabile SS Alcologia, SC Ser.D. – ASL Alessandria, intervenendo al corso di formazione ECM sulla gestione dei tossicodipendenti con Epatite C, organizzati dal provider Letscom E3 con il contributo non condizionante di AbbVie. Dopo Pozzuoli, la seconda tappa e’ stata ad Alessandria, dove si e’ svolto l’incontro dal titolo ‘Buone prassi e networking nella gestione dell’epatite C in soggetti con disturbo da addiction, al tempo del Coronavirus’.

I corsi di educazione continua in medicina (che saranno in totale 17 su tutto il territorio nazionale) rientrano nell’ambito del progetto ‘HAND – Hepatitis in Addiction Network Delivery’, il primo progetto pilota di networking a livello nazionale patrocinato da quattro societa’ scientifiche (SIMIT, FeDerSerD, SIPaD e SITD), che coinvolge i Servizi per le Dipendenze e i relativi Centri di cura per l’HCV afferenti a diverse citta’ italiane. “Il progetto HAND, mettendo in connessione le varie parti deputate al trattamento e alla cura dei soggetti fragili- ha proseguito Zavan- da’ la possibilita’ di avere una valutazione globale sul trattamento del soggetto in carico per HCV, ma non solo per questo: ricordiamo sempre che un terzo dei soggetti in trattamento con metadone o farmaci sostituivi sono a rischio di sviluppare una alcodipendenza.

E questo e’ un fattore di rischio per l’uscita dal trattamento e per un peggiore esito dello stesso”. La globalita’ del trattamento aiuta quindi “a gestire obiettivi generali come quello dell’eradicazione dell’HCV- ha sottolineato l’esperta- offrendo leve terapeutiche per trattare i soggetti nel loro ambito, cioe’ nel posto in cui si sono riferiti per essere trattati”. Zavan ha quindi voluto sottolineare che “per quanto possa sembrare poco usuale, le persone con tossicodipendenza tengono molto alla loro salute e sono spesso sensibili rispetto al trattamento delle patologie organiche. Questo vale sia per i tossicodipendenti da sostanze illecite sia per quelli da alcol. F

ar rientrare un progetto di cura all’interno di una cura piu’ globale, quindi, e’ il vero punto di forza del progetto HAND”. In Piemonte il valore aggiunto del progetto HAND, intanto, e’ stato anche quello di “coinvolgere le associazioni e le unita’ di strada. Il punto fondamentale riguarda in effetti proprio il ‘sommerso’- ha spiegato l’esperta – perche’ noi sappiamo che lo sviluppo della trasmissione e’ soprattutto a carico di soggetti che non hanno nessuna percezione di avere un problema di HCV, cioe’ non sanno di essere infetti. E stiamo parlando non solo di un’area di soggetti fragili, ma anche e soprattutto di soggetti non monitorati. Grazie al progetto HAND siamo andati sul territorio e siamo stati in grado di valorizzare le capacita’ dei servizi di identificare i soggetti ad alto rischio”.

Sulla necessita’ di riprendere al piu’ presto le terapie, interrotte a causa dell’emergenza sanitaria legata al Covid-19, Zavan ha infine aggiunto: “Coloro che avevano gia’ terapie le hanno proseguite, mentre cio’ che di fatto e’ stato sospeso sono stati i controlli e le visite de visu. Ora e’ veramente importante riprendere a fare soprattutto gli screening, perche’ i soggetti che afferiscono ai servizi per le tossicodipendenze in questo momento sono un target privilegiato rispetto all’obiettivo generale dell’eradicazione dell’HCV nel nostro Paese. Questo perche’ esistono delle sacche di ‘sommerso’ e pazienti pluriproblematici che non solo hanno problemi di HCV, quindi di trasmissione della patologia, ma spesso anche forme molto gravi e difficilmente trattabili di epatite C associate ad altre patologie, in particolare all’uso di altre sostanze o di alcol. In questo senso- ha concluso- sono soggetti fragili da un punto di vista epatologico”.

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