Acalabrutinib e venetoclax rivoluzionano la cura della leucemia

Studio Amplify conferma efficacia, sicurezza e sostenibilità terapeutica

Nuovi dati clinici confermano un passo decisivo nella gestione della leucemia linfatica cronica (LLC). Lo studio internazionale AMPLIFY, presentato al congresso annuale della Società americana di ematologia (ASH) a Orlando, ha evidenziato come la combinazione orale a durata fissa di acalabrutinib e venetoclax, con o senza l’anticorpo monoclonale obinutuzumab, offra risultati di rilievo rispetto alle tradizionali terapie chemio-immunologiche.

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Secondo Antonio Cuneo, direttore dell’Unità operativa di Ematologia dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Ferrara, a tre anni dall’inizio del trattamento circa 9 pazienti su 10 risultano liberi da ulteriori terapie, con una malattia non più rilevabile. Un traguardo che si traduce in un netto miglioramento della qualità di vita, grazie alla riduzione dei sintomi e alla possibilità di evitare frequenti accessi ospedalieri.

La LLC, la forma di leucemia più diffusa nel mondo occidentale, colpisce ogni anno in Italia tra 2.500 e 3.000 persone. Si stima che nel Paese convivano con la diagnosi tra 30.000 e 40.000 pazienti. La patologia è caratterizzata da un accumulo anomalo di linfociti B, che provoca ingrossamento di linfonodi e milza, oltre a valori elevati di globuli bianchi.

La terapia di prima linea oggi si articola in due approcci: regimi a durata definita e trattamenti continuativi. La combinazione acalabrutinib-venetoclax rientra nel primo gruppo e si distingue per efficacia, maneggevolezza e tolleranza, soprattutto nei pazienti senza alterazioni genetiche ad alto rischio come la delezione del cromosoma 17 o la mutazione TP53.

Un ulteriore elemento di rilievo riguarda la sostenibilità economica. Studi indipendenti hanno dimostrato che la terapia biologica a durata fissa non solo è più efficace della chemio-immunoterapia, ma anche meno onerosa, poiché riduce la necessità di trattamenti successivi. La combinazione, completamente orale, rappresenta dunque una delle opzioni più promettenti per il futuro della cura della leucemia linfatica cronica.

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