HIV in Italia, migliaia di nuove infezioni ogni anno, contagio avanza

HIV in Italia, migliaia di nuove infezioni ogni anno, contagio avanzaHIV in Italia, migliaia di nuove infezioni ogni anno, contagio avanza “La trasmissione di HIV in Italia non si è mai arrestata. Si stima che ogni anno si verifichi ancora qualche migliaio di nuove infezioni” ricorda il Professor Massimo Galli, Presidente della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT. “in caso di rapporti occasionali non possono pertanto essere dimenticate le adeguate misure di protezione. Il preservativo rimane un presidio di prevenzione fondamentale”. La condizione epidemiologica attuale, molto diversa da quella di 20-30 anni fa, merita nuovi interventi specifici : “Nelle attività previste dal nuovo Piano Nazionale AIDS è contenuta anche una robusta ripresa dell’attività di prevenzione e sensibilizzazione, mirata alle nuove realtà più a rischio” aggiunge il prof. Galli.

Ma quante potrebbero essere le persone che hanno contratto l’infezione avendo avuto rapporti sessuali non protetti con quest’uomo, che viaggiava in tutta Italia per lavoro. “Per ogni rapporto sessuale non protetto, il rischio che una persona con attiva replicazione del virus lo trasmetta a un’altra persona è stimato attorno all’1% – spiega il prof. Galli – Questo rischio aumenta o diminuisce a seconda di diverse variabili, quali la quantità di virus, ossia della carica virale della persona infetta o la presenza di fenomeni facilitanti nella persona suscettibile dell’infezione, come infiammazioni degli organi riproduttivi. Il rapporto anale, ad esempio, prevede un maggior rischio di trasmissione per singola esposizione. Conta anche, ovviamente, la quantità di rapporti. Il partner ricettivo, cioè in un rapporto eterosessuale, la donna, è a rischio più elevato, poiché in una singola eiaculazione la quantità totale di virus presente nel liquido seminale è maggiore di quella presente nel secreto vaginale”.

Per quanto l’efficienza di trasmissione del virus sia dunque abbastanza bassa, questo non permette di abbassare la guardia.

 COSA FARE – LA PROFILASSI POST ESPOSIZIONE  – “Nell’immediato è importante che le persone che abbiano avuto un rapporto nelle ultime 24-48 ore contattino lo specialista infettivologo di riferimento per eventualmente iniziare la profilassi post esposizione – spiega il dottor Marcello Tavio, Vice Presidente SIMIT  Direttore della UOC di Malattie Infettive dell’Azienda ospedaliero universitaria “Ospedali Riuniti” di Ancona – si tratta di un cocktail farmacologico che viene somministrato alla persona a rischio e che è in grado di ridurre notevolmente la percentuale di trasmissione del virus. Superate le 48 ore, le persone che hanno avuto rapporti che possono essere considerati a rischio devono rivolgersi a un centro competente e sottoporsi a un colloquio, a seguito del quale devono eseguire il test, inizio di un periodo più o meno lungo di controlli. Nel caso in cui si riscontri l’infezione da HIV, non si tratta affatto di una sentenza di morte: la persona può essere curata tempestivamente e con ottima tolleranza, avendo delle aspettative di vita pari alla popolazione generale se la terapia viene iniziata in tempi utili. La malattia dunque si controlla e si impedisce un’evoluzione sfavorevole”.

Prof. Massimo Galli

Infine, una raccomandazione. “L’importante è monitorare con i test necessari la propria situazione” aggiunge il dott. Marcello Tavio. “Non bisogna farsi ingannare dai falsi profeti che diffondono teorie pericolose come quelle che negano che l’HIV sia la causa dell’AIDS. Sono teorie mortifere che fanno del male alle persone. In caso di dubbio, bisogna rivolgersi allo specialista per ottenere ogni chiarimento. Le conseguenze di una cattiva informazione possono essere disastrose”.

Numerose le manifestazioni scientifiche e le occasioni di confronto con la volontà di creare cultura, educare, informare e prevenire. Tra queste, ICAR (Italian Conference on AIDS and Antiviral Research), Congresso di cui si è tenuta la X edizione  a Roma lo scorso mese di maggio, con oltre 1300 partecipanti, di cui circa 900 specialisti italiani e stranieri, oltre a rappresentanti del mondo delle istituzioni, dell’Aifa e del mondo delle Community. Tra i suoi scopi, proprio la costruzione di una consapevolezza del rischio e la diffusione di una corretta informazione nella società, con particolare attenzione ai giovani, ancora poco coscienti dei pericoli quotidiani e dei rapporti occasionali. Con le terapie disponibili, che vanno assunte per tutta la vita, la malattia oggi cronicizza, val bene sottolinearlo, ma il virus non viene eradicato né esiste ancora un vaccino preventivo.

Ma quanto sanno davvero su HIV/AIDS i nostri ragazzi?

L’indagine, attuata negli ultimi cinque anni scolastici, evidenzia importanti limiti nelle conoscenze sulle modalità di trasmissione del virus e di protezione individuale soprattutto negli istituti tecnici e nelle scuole professionali. Persiste, per quanto in calo (nei maschi dall’11 al 5.5% in cinque anni), una significativa percentuale di studenti che dichiarano di non aver mai sentito parlare di HIV/AIDS. Significativamente più a rischio di non disporre di alcuna informazione sono i ragazzi con uno o entrambi i genitori stranieri.

Scuola e televisione, ma molto meno famiglia, internet o amici identificati come fonti di informazione. In incremento da un anno all’altro le conoscenze nelle scuole oggetto di interventi ripetuti, probabile effetto di un ‘contagio positivo delle informazioni’ attraverso un’educazione tra pari. In calo l’autostima, soprattutto tra le ragazze.

I LICEALI MEGLIO, IN DIFFICOLTA’ I FIGLI DI GENITORI STRANIERI – Dei 67 Istituti coinvolti, buona parte sono concentrati nelle aree metropolitane di Milano e di Roma. In 30 Istituti è stato possibile disporre di dati delle classi terze di anni successivi. L’età media dei ragazzi che hanno compilato il questionario era di 17 anni; 6473 (51%) erano di sesso femminile. I ragazzi che dichiaravano di non aver mai sentito parlare di HIV/AIDS prima dell’intervento in corso raggiungeva l’8% (l’11% nei maschi) nel 2013-2014, per poi scendere significativamente negli anni successivi ( 3,1% nelle femmine e 5,5% nei maschi nel 2017-2018). Tra i fattori di rischio indipendentemente associati alla totale ignoranza del problema il sesso maschile, l’essere studenti di scuole professionali o di istituti tecnici rispetto ai liceali, avere uno o entrambi i genitori stranieri. “In una scuola che accoglie sempre più ragazzi provenienti da altre culture, anche gli interventi di prevenzione e di educazione alla salute devono tenere conto dei diversi percorsi individuali dei ragazzi – commenta il Professor Massimo Galli, Presidente SIMIT, che è responsabile scientifico del Progetto Scuola di ANLAIDS fin dalla sua costituzione – Non deve poi stupire che il diradarsi degli interventi di prevenzione negli ultimi anni abbia generato sacche di totale non conoscenza del problema, specie nelle fasce più svantaggiate degli studenti. Va poi ricordato che l’indagine è stata attuata prevalentemente in scuole di aree metropolitane e in cui spesso gli interventi formativi sono stati ripetuti per più anni consecutivi, facilitando la comunicazione tra pari. È quindi possibile che la totale ignoranza del problema tra i ragazzi sia fenomeno anche più diffuso di quanto emerga da questi dati”.

ARGOMENTO ‘SCOLASTICO’, NON PERCEPITO COME PROBLEMA COINVOLGENTE. IN DISCUSSIONE IL RUOLO DELLA FAMIGLIA NELLA PREVENZIONE – Come fonte di informazione su HIV/AIDS, la scuola viene citata dal 67,5% dei ragazzi. La televisione è al secondo posto (62,7%), la famiglia solo al terzo (indicata solo dal 37%). Al quarto posto viene internet (34,8%), seguita dai giornali (22,1%). Gli amici sono solo all’ultimo posto (15,6%) con un trend decrescente nel tempo. Scuola ed internet vengono riconosciute come fonte d’informazione con un trend crescente nel tempo. Non così la famiglia, che però è considerata come fonte d’informazione più dalle femmine che dai maschi, mentre i maschi fanno riferimento ad amici, giornali e internet più delle femmine.“L’impressione – commenta il prof  Galli – è che i ragazzi considerino l’argomento come un tema scolastico, estraneo al loro vissuto e tale da meritare un approfondimento in internet o un confronto con gli amici solo per una minoranza. Il dato ribalta completamente i risultati ottenuti in un campione analogo in Milano negli anni tra il ’98-’99 e il 2000-2001, in cui gli amici e in minor misura la famiglia occupavano i primi posti come fonti d’informazione e ambiti di confronto. La caduta di attenzione rispetto al problema emerge soprattutto sul dato riferito alla famiglia, che è costante negli ultimi anni”.

UNA MAGGIORANZA BEN ORIENTATA, UNA SIGNIFICATIVA MINORANZA IN DIFFICOLTÀ SULLE CONOSCENZE – La maggioranza delle risposte alle domande rivolte a saggiare le competenze dei ragazzi sulle modalità di trasmissione di HIV e di protezione individuale risulta corretta. Una percentuale non trascurabile di ragazzi (il 20% dei maschi e il 17% delle ragazze nel 2013-14) non ha però idee chiare su come proteggersi e sull’uso del preservativo. Il livello di conoscenze è risultato migliore nelle femmine, nei liceali, in coloro che dichiarano di non praticare alcuna religione, nei figli di genitori italiani e nei ragazzi più grandi. “Anche in questo caso – commenta Galli – si evidenziano differenze che identificano situazioni meno avvantaggiate, che sottolineano la necessità di una più attenta strategia di prevenzione”.

Il progetto scuola di Anlaids promuove da oltre vent’anni interventi di prevenzione nelle scuole superiori, in collaborazione con Istituzioni Scolastiche e su loro richiesta – commenta Bruno Marchini, Presidente Nazionale di ANLAIDS–  Gli interventi vengono offerti a titolo completamente gratuito dall’Associazione, si avvalgono del contributo di esperti qualificati e di associazioni di studenti universitari di medicina in funzione di facilitatori. Ove possibile, gli interventi si integrano in iniziative più ampie di educazione alla salute promosse dagli Istituti Scolastici”.

“Obiettivo fondamentale del progetto scuola di ANLAIDS – commenta il Professor Giovanni Del Bene, che ne è il coordinatore – è fornire un servizio ala scuola e contribuire alla diffusione della cultura della prevenzione, anteponendo l’interesse e i bisogni dei ragazzi a qualsiasi altra considerazione. La conoscenza delle cose è il miglior strumento per condurre fisiologicamente anche al rifiuto dello stigma, dell’omofobia e di tutti gli elementi di negatività associati all’infezione da HIV”.

Il progetto suola di ANLAIDS è stato reso possibile da Convivio, la grande iniziativa di charity per la lotta all’AIDS la cui XIV edizione si apre questa sera a Milano.

“Un ulteriore dato emerso da questa indagine, un risultato che stiamo analizzando e su cui ci stiamo interrogando, è la caduta dell’autostima osservata nel corso del quinquennio, soprattutto tra le ragazze – conclude Galli – Un basso grado di autostima correla spesso con comportamenti trasgressivi e minor conoscenza delle problematiche attinenti all’HIV. A parte questo, può essere un indicatore di un malessere più vasto, meritevole dell’ attenzione di tutti coloro che condividono la responsabilità di educare”.

Fonte Studio Comunicazione Diessecom

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