
Il full body scan cresce tra mode e forti perplessità
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L’interesse verso il full body scan, la risonanza magnetica totale proposta come strumento di prevenzione anticipata, continua a crescere e a generare discussioni, soprattutto nelle grandi città come Milano, dove le strutture private che offrono questo servizio registrano un aumento costante di richieste. A spingere la domanda sono soprattutto i personaggi dello spettacolo, che negli ultimi anni hanno trasformato l’esame in una sorta di rituale di benessere, alimentando una moda che divide profondamente la comunità medica.
Il fenomeno non è nuovo. Nel 2024, in Italia, il rapper Sfera Ebbasta aveva raccontato sui social la propria esperienza con una risonanza total body, scatenando un’ondata di reazioni. Il suo intento era quello di promuovere la prevenzione, ma il post si era trasformato rapidamente in un terreno di scontro, con critiche feroci e accuse di ostentazione. L’episodio aveva messo in luce quanto il tema fosse sensibile e quanto la percezione pubblica potesse essere influenzata dalla visibilità dei Vip.
Negli Stati Uniti, dove la pratica è nata e si è diffusa con rapidità, il full body scan è diventato un vero e proprio status symbol. Celebrità come Kim Kardashian e altre star hollywoodiane hanno raccontato di essersi sottoposte all’esame, contribuendo a trasformarlo in un prodotto di tendenza. Il costo, che si aggira intorno ai 2.500 dollari, non sembra rappresentare un ostacolo per chi può permetterselo. Ma proprio negli Usa è emerso uno dei casi più discussi, che ha riacceso il dibattito sulla reale utilità dello screening totale.
Un uomo di 35 anni di Manhattan, dopo essersi sottoposto a una scansione completa che non aveva evidenziato anomalie significative, aveva subito un ictus otto mesi più tardi. L’episodio, raccontato dal Washington Post, ha portato il paziente a intentare una causa contro l’azienda Prenuvo e contro il medico che aveva interpretato le immagini. Secondo l’uomo, l’esame avrebbe dovuto individuare segnali premonitori. La vicenda ha sollevato interrogativi sulla capacità del full body scan di intercettare realmente condizioni a rischio e sulla responsabilità dei professionisti coinvolti.
La controversia ha riportato al centro dell’attenzione un tema che molti radiologi sottolineano da tempo: l’esame, pur essendo tecnologicamente avanzato, non è stato progettato per sostituire i percorsi diagnostici mirati. Il rischio, spiegano gli esperti, è quello di individuare anomalie minori o del tutto innocue che richiedono ulteriori accertamenti, spesso inutili e costosi. Una spirale che può generare ansia, esami ripetuti e spese significative, senza un reale beneficio per la salute.
L’American College of Radiology ha espresso posizioni molto chiare: non esistono prove che lo screening total body aumenti l’aspettativa di vita o migliori gli esiti clinici. L’organizzazione sottolinea che la risonanza magnetica è uno strumento prezioso quando utilizzato per indagare problemi specifici, ma che applicarla in modo indiscriminato su persone sane rischia di produrre più confusione che certezze. I radiologi americani ricordano inoltre che le assicurazioni non coprono questo tipo di esame, rendendolo un servizio accessibile solo a chi può sostenerne i costi.
Tra le voci più critiche c’è Mirza Rahman, ex presidente dell’American College of Preventive Medicine, che considera il full body scan un esempio delle disuguaglianze del sistema sanitario statunitense. Secondo Rahman, la pratica riflette un paradosso: chi ha più risorse tende a ricevere cure e accertamenti eccessivi, mentre chi ne avrebbe bisogno spesso non ha accesso ai servizi essenziali. L’esperto invita alla cautela anche per i pazienti più abbienti, sottolineando che l’enorme quantità di immagini prodotte da una risonanza totale richiede tempo, attenzione e competenze elevate per essere interpretata correttamente. “I radiologi hanno davvero il tempo necessario per analizzare ogni dettaglio?”, si chiede Rahman.
Nonostante le critiche, il settore continua ad attirare investimenti importanti. Prenuvo, una delle aziende più note nel campo, ha ottenuto il sostegno di figure di spicco come Cindy Crawford, Anne Wojcicki e Paris Hilton, che ha raccontato sui social di essere rimasta colpita dalla rapidità dei risultati. L’amministratore delegato Andrew Lacy ha dichiarato che l’azienda sta investendo su hardware, software, intelligenza artificiale e radiologi altamente specializzati per garantire la massima accuratezza possibile.
In Italia, e in particolare a Milano, il dibattito segue da vicino quello americano. Le strutture private che offrono il servizio sottolineano i vantaggi della prevenzione precoce, mentre molti medici invitano a non confondere la tecnologia con una garanzia assoluta. La risonanza total body, spiegano gli specialisti, può essere utile in contesti specifici, ma non sostituisce la valutazione clinica, la storia del paziente e gli esami mirati.
Il full body scan resta dunque un terreno di confronto acceso, sospeso tra innovazione, marketing e aspettative spesso eccessive. La sua crescente popolarità, soprattutto tra i Vip, contribuisce a diffondere l’idea di un controllo totale sul proprio stato di salute, ma la comunità scientifica continua a ricordare che la prevenzione efficace non si basa su un’unica immagine, bensì su percorsi personalizzati, valutazioni accurate e un rapporto costante con i professionisti della salute.
(Redazione/Adnkronos)

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